
Pasqua, vetrata di frère Eric de Taizé
Il Vangelo di Pasqua ci parla di una donna, Maria Maddalena, che piange, piena di smarrimento, come se la morte di Gesù avesse sancito il fallimento di ogni sua speranza. Tuttavia, nel momento in cui gli apostoli di Gesù, per paura, si nascondono, lei si reca alla tomba. Questo gesto esprime non solo il suo lutto, ma anche una attesa, se pure confusa. È l’attesa di un amore, che anche la più grande sofferenza non può del tutto cancellare.
Allora, Gesù, il Risorto, le viene incontro. E lo fa in maniera del tutto inattesa, non in modo trionfale, ma così umilmente che lei non lo riconosce e lo scambia per il giardiniere.
Gesù la chiama per nome, « Maria », e questo cambia tutto. Maria riconosce nel suo cuore la voce di Gesù. Si volta verso di lui e lo chiama a sua volta: « Rabbouni, Signore. » Una vita nuova comincia in lei, capisce che Gesù è vicino, anche se la sua presenza è adesso differente. Poi il Risorto la invia: « Vai dai miei fratelli, digli che io sono risorto! » La sua vita riceve un senso nuovo, adesso ha un incarico da compiere.
Anche noi siamo come Maria Maddalena vicino alla tomba. Come in lei, anche in noi c’è un’attesa, spesso per domande non risolte. L’attesa la viviamo talvolta come una mancanza, un vuoto. La esprimiamo forse con un grido di disperazione oppure, senza parole, con un semplice sospiro. Di questa maniera, il nostro essere comincia ad aprirsi a Dio. È l’attesa, anche se confusa, di una comunione, ed essa già ci permette di vivere la fiducia in Dio.
Allora Cristo ci chiama con il nostro nome. Conosce ciascuno di noi, ci conosce personalmente. E ci dice: « Vai verso i miei fratelli e le mie sorelle, dì loro che sono risorto. Diffondi il mio amore con la tua vita.» Il nostro mondo, dove tante persone sono disorientate, ha bisogno di donne e uomini che corrano il rischio di procedere sul cammino della fede e dell’amore. E il coraggio di Maria Maddalena ci sprona. Lei, una donna sola, trova il coraggio di andare verso gli apostoli di Gesù per dire loro l’incredibile: « Cristo è risorto! » Con la sua vita riesce a trasmettere l’amore di Dio.
Ciascuna, ciascuno di noi può comunicare questa fiducia in Cristo. E succede qualcosa di sorprendente: trasmettendo il mistero della resurrezione di Cristo, riusciamo sempre meglio a comprenderlo. Così, questo mistero diventa sempre più centrale nella nostra esistenza, e può trasformare la nostra vita.
Ma come esprimere questo mistero ? Per i discepoli di Gesù, la sua resurrezione è una tale novità da far loro mancare le parole. Tuttavia hanno avuto il coraggio di provare a comunicare l’indicibile: Cristo ha amato e perdonato fino in fondo, egli è l’agnello di Dio che toglie il peccato dal mondo (vedi la vetrata riprodotta a fianco), il suo amore è stato più forte della morte, ha spezzato il circolo infernale della violenza, è risorto, attraverso lo Spirito Santo è presente. In questo è la fonte di una speranza al di là di ogni speranza.
Alla fine della prima lettera che invia ai credenti di Corinto, Paolo parla della resurrezione, riprendendo le parole di coloro che prima di lui avevano creduto « Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. » (1 Cor 15, 3-5) Come lui, noi possiamo appoggiarci sulla fede dei cristiani che ci hanno preceduto. Da soli è difficile credere nella resurrezione. Facendo l’esperienza della comunione di tutti i cristiani, di tutta la Chiesa, la nostra fede sboccia.
In che modo, nel nostro quotidiano, possiamo rinnovare una tale comunione personale con il Risorto sempre presente? Quando leggiamo una parola del Vangelo, è lui che incontriamo. Nell’Eucaristia è il dono della sua vita che riceviamo. Quando ci riuniamo nel suo nome, lui è in mezzo a noi. E poi c’è questo modo sorprendente attraverso il quale egli viene verso di noi: lui è presente in coloro che ci sono affidati, soprattutto quelli che sono più poveri di noi. Lui stesso ha detto « Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ero forestiero e mi avete ospitato. » (Matteo 25.35)
Un giorno ho visitato i fratelli della nostra comunità che abitano nel Nord-est del Brasile. Da molti anni condividono la vita di un quartiere molto povero. Accolgono bambini, giovani, fra questi dei sordomuti e dei ciechi. Uno di questi giovani ha attirato la mia attenzione: era cieco ed il suo viso completamente sfigurato, al punto che era difficile fissarlo a lungo. Di colpo, con voce ferma, questo cieco ha cantato: « Io vedo Dio ! Lo vedo nel riso di un bambino. Lo vedo nel rumore delle onde del mare. Lo vedo nella mano che dona al povero… » Il suo canto era pieno di vita e di speranza, era come un canto di resurrezione.
Oggi, sono sempre più numerosi coloro che faticano a credere nella resurrezione. Credere a Cristo, credere nella sua presenza nel mondo, anche se è invisibile; credere che attraverso lo Spirito Santo egli abita nei nostri cuori, è il rischio al quale ci invita la festa di Pasqua. Avere il coraggio di appoggiarci a questa presenza. Allora la resurrezione di Cristo dà un senso nuovo alla nostra vita, ed essa accende una speranza per il mondo.
Questa speranza è così tanto creatrice. Senza di essa, lo scoraggiamento diventa una reale tentazione per molti. Questo può incidere sulle nostre relazioni personali; può provocare la rassegnazione davanti al nostro avvenire, davanti all’avvenire del mondo e dell’intera creazione.
Di fronte alla sofferenza, alla violenza, allo sfruttamento, il Vangelo fa scorrere una speranza nuova. Non lasciamola insabbiarsi. Ci lasceremo allora toccare dalla presenza del Risorto che è a fianco di ogni persona e di ciascuno di noi ?