Testo biblico con commento

Queste meditazioni bibliche mensili sono proposte per sostenere una ricerca di Dio nel silenzio e nella preghiera, anche nella vita quotidiana. Si tratta di prendere un’ora per leggere in silenzio il testo biblico suggerito, accompagnato dal breve commento e dalle domande. Ci si riunisce poi in piccoli gruppi, da 3 a 10 persone, a casa di uno dei partecipanti o in chiesa, per un breve scambio su ciò che ognuno ha scoperto, con eventualmente un momento di preghiera.

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2018

Dicembre

Luca 2, 4-16: Dio viene ad abitare in mezzo a noi
Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nazareth, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano a Betlemme, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio.
 
C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».
 
Appena gli angeli si furono allontanati da loro, i pastori dicevano l’un l’altro: «Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. (Luca 2,4-16)

Per quelli dell’emisfero nord, Natale è il momento dell’anno in cui fa freddo, quando ci si ritrova in famiglia per mangiare molto. Un momento nel quale si vuole essere confortevolmente riuniti con quelli e quelle che si amano.

Tuttavia, il racconto della nascita di Gesù, del primo Natale, non è di quell’ordine. Esso narra come Giuseppe e Maria, due giovani, sono obbligati da una potenza lontana a lasciare la loro casa e la loro famiglia per andare a farsi censire in un’altra città. Vi giungono dopo un lungo viaggio e certamente poco comodo. Non vengono accolti e Maria deve partorire là dove normalmente stanno gli animali.

Quello del Natale è il racconto di una gioia immensa, una buona notizia che rallegrerà molto tutto il popolo: Dio viene ad abitare in mezzo agli umani, il regno di Dio non è mai stato così vicino, «gloria in cielo e pace sulla terra».

Ma è possibile in un mondo in cui c’è tanta sofferenza parlare di gioia? La fede cristiana, che ha al suo centro la sofferenza e la morte di Gesù, ha qualcosa da dire sulla gioia? La gioia è forse sinonimo di felicità, riservata a coloro che vanno bene, che hanno tutto quello che occorre?

La gioia del Natale è anche una gioia piena di contraddizione. Una gioia ordinaria e allo stesso tempo straordinaria. Giuseppe e Maria erano solo una giovane coppia piuttosto povera come tante altre. Ma è in questa difficile e ordinaria situazione che esplode un’enorme gioia.

Un re è nato – ma quale re? Non uno di quelli che abitano in palazzi, con dei soldati per proteggerli, ma un fragile neonato, che ha bisogno che ci si occupi di lui. Gesù rimarrà durante tutta la sua vita differente da quel che la gente e anche i suoi discepoli attendevano. Sì, è re, ma non è un re che chiede che gli altri muoiano per lui, è un re che dona la sua vita per il suo popolo, per tutti gli umani.

È pure contradditorio che la buona novella sia dapprima annunciata ai pastori. Questi si collocavano piuttosto in basso nella scala sociale di quel tempo, vivendo una vita dura fuori dalle città. Talvolta erano anche considerati come peccatori perché la loro vita nomade gli impediva di seguire tutte le norme della Torah. Ma allo stesso tempo, il re Davide era stato un pastore e certo anche Gesù si è proclamato il buon pastore.

Abbiamo dunque un testo sulla gioia che sembra venire dal nulla, un testo che parla di una coppia ordinaria, di quei pastori ordinari, che fanno l’esperienza di un Dio talmente differente da ciò che si attendeva. Possiamo anche noi vivere la stessa esperienza nella nostra esistenza?

- Ho mai scoperto la gioia là dove non me l’aspettavo?

- Come essere pronto, come Maria, Giuseppe e i pastori, ad accogliere Cristo, differente da ciò che ho immaginato, differente da colui che vorrei che fosse?



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