Meditazioni sulla gioia, la semplicità, la misericordia

Durante il raduno per una nuova solidarietà, ogni mattino un fratello faceva una breve introduzione biblica alla fine della preghiera per introdurre il tema della giornata. Queste meditazioni sono pubblicate qua e saranno utilizzate nei mesi che vengono sui "Testi biblici con commento".

Giovedì sera, frère Alois ha dato una meditazione.

Lunedì: Osare la gioia

Gesù disse : « Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo. Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra. »
(Matteo 13, 44-46)

Abbiamo appena pregato e cantato insieme la nostra lode del mattino. Nel Vangelo abbiamo ascoltato due parabole del regno dei cieli. Gesù non ne parla come di un luogo o di un tempo lontani, annuncia Dio che viene adesso, la sua presenza in mezzo a noi oggi. “Tu sei il Santo, tu siedi in trono fra le lodi”, dice il versetto di un salmo (Salmo 22, 4). Dio regna dal cielo, ma stabilisce il suo trono ed il suo regno anche in mezzo al popolo che canta a lui.

“Il Regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo”, “ad un mercante che va in cerca di perle preziose”. Gesù paragona la venuta di Dio nella nostra vita e nel nostro mondo alla felicità di una scoperta, alla gioia che suscita ciò che è incomparabilmente prezioso, infinitamente bello.

Un uomo lavora il suo campo. La sua aratro incontra un ostacolo. Ma non è una grossa pietra o una radice. Obbligato ad interrompere il suo lavoro, guarda più da vicino e capisce che è piombato su un tesoro. Ha fatto la scoperta della sua vita! Un tesoro di valore inestimabile riposava nel campo che stava lavorando, e nessuno lo sapeva.

Il protagonista della seconda parabola è un mercante. Cercare perle preziose per poi rivenderle è il suo lavoro. Ma come per l’agricoltore, un giorno succede un evento inaudito. Trova ben più di quello che cerca: una perla così preziosa come mai ne aveva viste, e che adesso sconvolge la sua vita.

Il cuore del contadino batteva forte quando ha trovato il tesoro. La sua vita è ormai al sicuro, non dovrà mai più farsi problemi. È preso dalla felicità, mantiene però il sangue freddo. Nasconde di nuovo il tesoro, nessuno deve sapere della sua esistenza. Vuole essere sicuro che potrà averlo per lui. Per procurarsi il denaro necessario per acquistare il campo dove il tesoro è nascosto, vende tutto ciò che possiede. Compra il campo e guadagna il tesoro.

Il mercante di perle è anche lui felice quando trova la perla della sua vita, più bella che abbia mai visto. E anche lui vende tutto ciò che possiede per avere ciò che fa la felicità dei suoi occhi e la gioia del suo cuore.

Come accogliere il regno di Dio? Come accogliere Dio quando viene a regnare in mezzo a noi, quando entra nella nostra vita e nel nostro mondo? La sua venuta mette di fronte ad una scelta molto particolare. Non si tratta di scegliere fra il bene e il male. Ciò a cui il contadino e il commerciante rinunciano non è un male. Al contrario, rinunciano ai loro beni. Rinunciano con gioia a ciò che è buono per avere ciò che è infinitamente bello ed incomparabilmente prezioso.

Quando Dio viene ed entra nella nostra vita, bisogna scegliere. Gesù ci propone di optare per la gioia, per il tesoro, per la perla preziosa. Le parole di Gesù mettono in evidenza che la gioia va di pari passo con le rinunce. La gioia ha privato i protagonisti delle due parabole di tutti i loro beni. Hanno osato gioire e la loro gioia ha permesso loro di vendere tutto ciò che possedevano.

Cristo ci invita a preferire la gioia di Dio ai nostri beni, ai nostri successi ed ai nostri progetti. Potrà succederci di preferire la gioia a noi stessi. La gioia cammina con la rinuncia ai propri interessi.

Le storie del contadino e del mercante che rinunciano gioiosamente ai loro beni ci insegnano fino a che punto la gioia rende liberi.

  • Da quando sono arrivato a Taizé, quale tesoro o quale perla ho trovato? Che cosa mi ha sorpreso ? Che cosa mi ha rallegrato?
  • Quando una rinuncia mi ha reso più felice? Quando la gioia mi ha reso più libero?

Martedì: La tristezza cambiata in gioia

Gesù capì che i discepoli volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”? In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo. Così anche voi, ora, siete nel dolore; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia».
(Giovanni 16, 19-22)

Per gli amici di Gesù, il tempo passato con lui era una festa. Gesù stesso lo voleva, fin dall’inizio aveva detto loro “Pensate forse che gli invitati alle nozze possano essere tristi fino a che lo sposo è con loro? Certamente no!” (Mt 9, 15). Nelle città e nei villaggi della Galilea, insieme a Gesù, era festa da un posto all’altro.

Fin dall’inizio, Gesù aveva anche detto parole enigmatiche che nessuno riusciva a capire: “Verranno giorni in cui lo sposo sarà loro tolto”. La festa finirà. Alla vigilia della sua morte, Gesù lo dice apertamente: “Un poco e non mi vedrete più”. È questo passaggio del Vangelo che abbiamo letto durante la preghiera. Gesù sa che va a morire. Sa quanto sarà duro per i suoi amici. “In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete”.

Ma c’è qualcosa che va oltre questa tristezza. “Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete”. Morendo, Gesù se n’è andato. Ma è ritornato dalla morte, ed i suoi amici lo hanno visto, per prima Maria di Magdala, poi Pietro e Giovanni e molti altri.

La gioia cristiana è una gioia pasquale. Non è distrutta dalla sofferenza e dalla morte, a causa della assenza dell’Amato, l’assenza di Dio. Gesù lo ha detto: “Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia”.

La gioia cristiana è una gioia pasquale. Non è il contrario della tristezza. La gioia pasquale abita nelle nostre pene e nelle nostre tristezze, e le trasforma dal di dentro. “La vostra tristezza si cambierà in gioia”. Le pene e la tristezza non si arrendono alla gioia, sono cambiate in gioia. E anche se non sempre cambiate in gioia, sono visitate e rischiarate da una gioia.

La tristezza e la gioia possono essere presenti allo stesso tempo, come un mattino d’autunno, la nebbia e la luce si mescolano sulla collina di Taizé.

L’apostolo Paolo ci dice: “Rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto” (Rm 12, 15). Come fare quando siamo nello stesso tempo con chi è nella gioia e chi sta piangendo? Non possiamo mettere in pratica questa parola se non cantando e piangendo allo stesso tempo.

Esiste ciò che viene chiamata una tristezza gioiosa. C’è un modo trionfante di rallegrarsi che non può che rendere ancora più tristi coloro che piangono. La gioia pasquale è molto ampia per contenere tristezza e pena. Essa piange e si rallegra allo stesso tempo. Essa fa tornare il sorriso sul viso dei sofferenti.

Come un neonato, la gioia pasquale nasce nel dolore. Gesù dice: “La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo “. È della gioia nata nel dolore che Gesù dice: “Nessuno potrà togliervi la vostra gioia”.

Nella Regola di Taizé, frère Roger ha scritto già da molto tempo: «Non temere di condividere le prove altrui, non aver paura della sofferenza, perché molto spesso è proprio in fondo all’abisso che viene donata la perfezione di gioia nella comunione di Gesù Cristo.»

  • In che cosa la gioia può contribuire ad una nuova solidarietà? Come fare per rallegrarci con quelli che sono nella gioia e piangere con quelli che piangono?
  • Come possiamo aiutarci reciprocamente per lasciare rinascere la gioia anche al cuore dei nostri dolori?

Mercoledì: Una semplicità che apre il cuore

Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».
(Luca 19, 1-10)

Gioia, semplicità e misericordia sono parole, frère Roger diceva realtà, alle quali egli tornava sempre nel corso della sua vita. Aveva il sentore che queste potevano contribuire a condurci al cuore stesso del Vangelo, al cuore stesso della realtà di Dio. Dopo aver riflettuto per questi due giorni sulla gioia, oggi ci rivolgiamo verso la semplicità. In che modo essa può aiutarci ad avvicinarci alla realtà delle cose?

Cominciamo a guardare più da vicino il Vangelo di questa mattina. Il brano inizia in maniera molto banale dicendo che Gesù passava per la città di Gerico e che là c’era un uomo di nome Zaccheo, un capo dei pubblicani (coloro che raccoglievano le tasse) e che era ricco. Un capo dei pubblicani era qualcun che lavorava per i Romani, gli invasori, e che dunque era visto dalla popolazione come un “collaboratore”. Inoltre, dato che era anche ricco, era senza dubbio corrotto. Ma il brano non entra in queste considerazioni. Senza altri dettagli ci racconta cosa accade. E ciò che segue è detto con un tono molto più umano, perfino toccante. Noi siamo invitati a guardare al di là delle apparenze, al di là della prima impressione.

Zaccheo ha molta voglia di vedere Gesù ma non ci riesce a causa della folla; allora si mette a correre davanti a tutti e, come un bambino, si arrampica su di un albero, per poterlo vedere quando passa. Quando Gesù arriva in quella zona, si ferma, e guardando Zaccheo, lo chiama per nome: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua.” Forse Gesù, avvicinandosi, ha domandato a qualcuno li intorno chi era quell’uomo appeso all’albero. In ogni caso è davvero molto bello immaginare Zaccheo appollaiato su un ramo e vedere la gioia esplodere sul suo viso mentre scende in fretta.

A poco a poco una persona prende così forma davanti a noi. Ed è una cosa struggente. È chiaro che Zaccheo cerca ben altro che una semplice occhiata a Gesù. E questi non esagera affatto dicendo che vuole fermarsi a casa di Zaccheo. Deve essere incuriosito da questo personaggio e davvero desidera visitarlo.

Subito la gente comincia a mormorare: “È andato ad abitare da un uomo peccatore!” In quanto capo dei pubblicani, Zaccheo era una specie di paria. Invischiato com’era fra il potere imperiale ed una popolazione infelice, vivendo nella corruzione, la sua situazione era senza uscita, inestricabile. In maniera sorprendente, con parole molto semplici, Gesù si mette al suo fianco. Per questo le persone mormorano contro Gesù, perché fa ciò che nessuno avrebbe mai fatto.

Il cambiamento avviene ora, mentre la folla mormora, o forse è successo prima, quando Gesù lo ha chiamato? Di fatto Zaccheo è cambiato. Proprio come Gesù, egli trova le parole ed i gesti che ristabiliscono la relazione con gli altri. Così lui dice: “Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto.” Ben presto Zaccheo non solo accoglie Gesù ma molti altri. Gesù ha aperto la porta del cuore e della casa di Zaccheo, ha tracciato una larga strada di accesso fino a lui.

“Oggi per questa casa è venuta la salvezza, “ dice Gesù, “perché anche lui è un figlio di Abramo”. Le persone della folla avranno compreso? Noi riusciamo a capirlo? Zaccheo è nostro fratello.

  • Che cosa ci aiuta ad andare al di là delle apparenze e delle nostre prime impressioni, ad entrare in relazione con persone diverse da noi? L’esempio della semplicità di Gesù, mi può aiutare in questo?
  • Che cosa può spingermi a condividere ciò che ho con gli altri? Che differenza comporta il fatto di riconoscere gli altri come dei “fratelli” e delle “sorelle”?

Giovedì: La semplicità del più giovane e di colui che serve

E nacque tra i discepoli una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande. Gesù disse: “I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve”.
(Luca 22, 24-27)

Ancora una volta, il nostro tema di questa mattina è la semplicità. Vediamo allora se il passaggio del Vangelo che abbiamo sentito adesso può aiutarci ad andare avanti nella nostra riflessione. Esso racconta un episodio della vita di Gesù dove scoppia una disputa fra i discepoli. È consolante per noi pensare che, dopo tutto, si trattava proprio di gente normale! Secondo san Luca questo episodio accade in uno dei momenti più critici della vita di Gesù, durante l’ultima cena che lui fece con i discepoli, poco prima di essere arrestato dalle autorità e poi crocifisso. Essi discutono per sapere chi fra di loro poteva ritenersi il più importante!

È un momento in cui i discepoli sono messi alla prova. La loro paura di ciò che sta per accadere, l’incertezza sulla loro sorte di Gesù e sulla loro, tutto ciò doveva essere molto intenso, al limite della sopportabilità. In che modo quel gruppo di persone avrebbe continuato, senza Gesù? Chi poteva essere il nuovo capo? Possiamo ben capire in che modo sono arrivati a discutere rispetto a chi fra di loro era il più grande.

Invece che riprenderli, Gesù propone loro una immagine. “I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori”. Lo stile autoritario dei potenti ed il rito della lode che pretendono dai loro sottoposti erano una realtà fastidiosa della vita dell’impero romano. Che in questo momento Gesù presenti una tale immagine ai suoi discepoli può sembrare a prima vista sorprendente ma certamente era salutare. È come se Gesù offrisse ai suoi discepoli uno specchio per mostrare loro che le loro paure e le loro insicurezze li conducevano in una direzione sbagliata.

“Voi però non fate così” prosegue Gesù, “ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve.”

Al tempo di Gesù, era il più giovane oppure dei servitori che si occupavano delle necessità delle persone della casa, sia che si trattasse di coltivare la terra o di nutrire i membri della famiglia o ancora di prendersi cura dei malati o delle persone anziane. E benché fossero considerati come all’ultimo gradino della scala sociale, la loro presenza era importante perché il benessere della casa dipendeva da loro. Se si dimostravano buoni e capaci erano ancor più apprezzati, ma la cosa più importante che ci si aspettava da loro era la fedeltà.

Che i discepoli siano come i più giovani, come coloro che servono, significa che stiano al loro posto e non si sottraggano alle responsabilità che sono state loro date dalla famiglia di Dio. Non devono dare ascolto ai loro timori ne tentare di occuparsi di tutto. Gesù è in mezzo a loro e anche se sta per sparire dalla loro vista per un certo tempo, lui non li abbandona. È venuto per loro il momento di fidarsi di Dio.

“Io sto in mezzo a voi come colui che serve!” dice Gesù. Nel Vangelo non ci dice tanto ciò che dobbiamo fare o come farlo, ci invita piuttosto ad entrare nel movimento profondo della sua stessa vita. È un cammino di una semplicità disarmante, un cammino dove l’amore generoso di Dio ci viene incontro e ci rende colmi.

  • In che modo le nostre paure ed insicurezze possono condurci a prendere una strada sbagliata?
  • In che modo questa disarmante semplicità di Gesù mi parla? Quali sono le responsabilità che mi sono state date nella famiglia di Dio?

Venerdì: Un Dio della misericordia

Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri.
(Isaia 55, 6-9)

Per molte persone, il Dio che incontriamo nelle pagine delle Scritture ebraiche, il nostro Antico Testamento, sarebbe un giudice severo ed impietoso, pronto a condannare gli uomini per la minima trasgressione dei suoi comandamenti. Piace talvolta fare una distinzione fra questo Dio e il Dio che Gesù ci ha rivelato, un Padre misericordioso che si prende cura di noi e che mostra sempre il suo amore e la sua sollecitudine.

Chi studia e medita la Bibbia scopre che questa opposizione è falsa. Il Dio che si rivela al popolo d’Israele è lo stesso Dio di cui Gesù testimonia attraverso le sue parole ed i suoi gesti. Al cuore della relazione di Dio con questo popolo si trova il racconto dell’Esodo. È una storia che parla di un Dio che è entrato nella vita di un gruppo di schiavi, poveri e lontani dalla loro casa. Egli li libera dalla loro oppressione e li conduce verso una terra prosperosa dove hanno potuto vivere liberamente. Questo racconto descrive un Dio che ascolta il grido dei poveri, che vuole che gli esseri umani vivano pienamente, che trovino la felicità, un Dio che può sempre fare cose nuove per rompere i legami che ci tengono in schiavitù. In breve, si descrive un Dio di tenerezza e di misericordia.

Nel testo che meditiamo oggi, un profeta spiega che è proprio questo ciò che rende Dio diverso dagli esseri umani. Quando sono rifiutati, gli esseri umani rispondono sovente rifiutando a loro volta gli altri. Per noi, è estremamente difficile perdonare coloro che ci hanno ferito profondamente. Ma secondo il profeta, i modi di pensare e di agire di Dio non sono come i nostri. Se qualcuno riconosce i suoi errori e torna a Dio, Dio lo accoglierà sempre. Noi possiamo sempre ricominciare una relazione con Dio. È questo ciò che chiamiamo il perdono.

Dio può agire così perché il suo comportamento non è determinato e neppure condizionato dalle azioni del suo interlocutore. In quanto Sorgente di vita, Dio può sempre attingere in se stesso l’energia dell’amore per rispondere al male con il bene. I maestri cristiani dei primi secoli hanno capito tutto questo, ma lo hanno espresso attraverso una parola molto difficile da capire. Dicevano che Dio è impassibile.

Se questa parola volesse dire che Dio è indifferente al dolore umano, che non è interessato ai conflitti ed alle sofferenze della sua creazione, non descriverebbe per nulla il Dio che incontriamo nella Bibbia. Sarebbe anzi una grande bestemmia. In effetti questo curioso termine vuole esprimere in che modo Dio è al di là della maniera umana di pensare e di agire. Significa che, qualsiasi cosa noi facciamo, Dio non ci amerà di meno. A differenza di noi, che siamo spesso condizionati dalla risposta degli altri, che possiamo vedere le nostre buone intenzioni sciogliersi come ghiaccio al sole quando le nostre aperture sono rifiutate, Dio è sempre fedele a se stesso. Dio è, e sarà sempre, un Dio di misericordia. Dio continuerà ad amare, anche quando si risponde al suo amore con l’indifferenza e con il rifiuto. Come spesso frère Roger diceva: “Dio non può che amare”.

Questa fedeltà di Dio, a ciò che egli è, è una grande fonte di consolazione. Significa che esiste una Roccia alla quale possiamo sempre aggrapparci per trovare un sostegno. In un mondo dove tutto sembra in movimento, dove siamo così poco sicuri di sapere dove si trovano la felicità ed il senso, c’è Qualcuno al quale possiamo sempre rivolgerci, nella certezza che saremo accolti con gioia. Come il padre nel brano del figlio prodigo (Luca 15, 11-32), che lascia la sua casa e corre verso quel figlio che ha sperperato tutta la sua eredità, per abbracciarlo. L’atteggiamento del padre non cambia; nonostante l’errore di suo figlio; tutto ciò che vede il padre è il suo amato figlio, “che era morto ed è tornato in vita”.

Dove incontriamo questo Dio di misericordia immutabile? Gesù ci dice: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi ed oppressi, e io vi darò ristoro” (Matteo 11,28). Gesù ci rivela in pienezza il Dio che non si tira mai indietro se c’è da fare del bene, che rende sempre possibile un nuovo inizio per coloro che vengono a lui.

  • Cosa cambia nella mia vita quando mi rendo conto che Dio mi accoglierà sempre con amore e con gioia?
  • Cosa significa concretamente per me “cercare Dio” oppure “invocarlo”; dove e in che modo trovarlo?

Sabato: Misericordiosi ad immagine di Dio

Gesù disse: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica. Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro. E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo, perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi. Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
(Luca 6, 27-36)

In questo passaggio, Gesù descrive due modi di agire. Uno è quello che lui vede come caratteristico dei “peccatori”, cioè coloro che non cercano di fare ciò che Dio chiede loro. Ai nostri giorni, si potrebbe chiamare questo come il modo “normale” di comportarsi. Esso consiste nell’essere buoni con coloro che sono buoni verso di noi, donare a coloro che a loro volta donano a noi.

L’eterna tendenza umana è quella di dividere le persone in due gruppi – quelli che stanno con noi e gli altri, quelli indifferenti ed ostili. Certamente, non è un male sentire alcune persone più vicine a noi di altre. Per ragioni diverse, ognuno di noi ha affinità comuni con certe persone o certi gruppi piuttosto che con altri. Ma quando tutto questo porta ad essere indifferenti verso quelli che non sono come noi, a criticarli, a rifiutarli o anche a far loro del male, questo atteggiamento diventa fonte di divisioni ed anche di guerre.

Poi Gesù indica un altro modo di agire. È quello di Dio, e si caratterizza per il fatto di essere “benevolo verso gli ingrati e i malvagi”. Come abbiamo visto ieri, il modo di vedere le cose di Dio è diverso dal nostro perché Dio non cambia il suo comportamento a seconda del comportamento del proprio interlocutore. Dio è “impassibile”. Detto in altri termini, Dio non può che amare.

La novità nel messaggio di Gesù non è tanto il fatto che Dio è misericordioso. L’autore di Isaia 55 lo sapeva già, e si trova questa idea dappertutto nelle Scritture ebraiche, molti secoli prima di Cristo. La novità non è dunque il fatto che Dio è misericordioso, ma che noi, gli esseri umani, possiamo essere misericordioso ad immagine di Dio!

Gesù ci esorta ad essere donne e uomini che sono davvero ad immagine di Dio, capaci di amare i nostri nemici, di fare il bene anche a coloro che ci maltrattano, di dare senza aspettarsi qualcosa in cambio. Come possiamo fare tutto questo? È davvero possibile per gli esseri umani agire nel modo di Dio? Dove troveranno la motivazione e l’energia per questo?

Un tale modo di vivere non dipende certamente dalla nostra forza di carattere o dalla nostra volontà. Dio può dare senza ricevere perché Dio è la Fonte della vita. Ma noi non siamo la Fonte. Per noi, se possiamo donare è perché abbiamo ricevuto in precedenza. Ecco la novità del Vangelo. Venendo sulla terra come essere umano, il Figlio di Dio ha portato lo Spirito Santo di Dio, l’energia personificata del suo amore, fin nel pieno della condizione umana. Attraverso la potenza dello Spirito Gesù ha potuto guarire le malattie e perdonare i peccatori. Ha potuto arrivare fino al dono della propria vita per noi sulla croce, concedendo il suo perdono anche a coloro che lo hanno torturato ed ucciso. E dopo la sua risurrezione, ha trasmesso questo stesso Spirito ai suoi discepoli.

In quanto discepoli di Gesù, noi facciamo parte della comunità dei credenti animata dallo Spirito di Dio. Ciò che ha colpito coloro che hanno incontrato i primi cristiani, era vedere una comunità di donne e di uomini di differenti origini vivere insieme come fratelli e sorelle, condividere i loro beni materiali e spirituali, perdonarsi reciprocamente. Piuttosto che dividere le persone in due gruppi, quelli sopra e quelli sotto, essi accoglievano tutti. Sono andati verso gli altri. Hanno provato a vivere una solidarietà universale. Era evidente che il loro modo di vivere era diversa da quella delle persone “ordinarie”. E questo ha attirato molta gente verso di loro.

Questo stesso Spirito che ha animato Gesù ed i primi cristiani, ci è offerto sempre. Sì, è possibile per noi condurre una vita ad immagine di Dio. Possiamo essere misericordiosi, come nostro Padre è misericordioso. Ma lo possiamo fare solo stando insieme, sostenendoci vicendevolmente, e non possiamo farlo se non apriamo i nostri cuori a Dio nella preghiera, affinché egli possa trasformare a poco a poco il nostro modo di pensare e di agire. Allora, l’impossibile diventa possibile.

  • Gesù descrive una “utopia”, oppure ho visto degli esempi di donne e uomini che vivono ad immagine di Dio amando senza condizioni? Quando? Dove? In che modo?
  • Quali passi fare affinché le nostre comunità e le nostre Chiese siano luoghi di solidarietà universale, dove le divisioni della società trovino una guarigione?

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