Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere ciò che Dio ci ha donato. (1 Corinzi 2,12)
Poveri Corinzi! Pensavano di aver capito. Paolo era passato da loro. Aveva soggiornato a lungo nella loro città. Aveva fondato la loro comunità. Il suo modo di comunicare piaceva. Della sua predicazione, avevano ritenuto qualche sua formula ben cesellata che sono amiche della memoria. Poi l’Apostolo era partito. Altri predicatori erano passati. Nei loro animi si è installata confusione. Dei comportamenti che alcuni Corinzi avevano giudicati incompatibili con il Vangelo li avevano spinti a scrivere a Paolo. Inoltre, desideravano che egli desse qualche chiarimento su punti oscuri e contestati e sul modo di vivere e pregare insieme.
Paolo risponde inviando loro la «prima lettera ai Corinzi». Egli riprende alcuni slogan che dovevano circolare a Corinto: «Tutto mi è lecito!» (6,12); «I cibi sono per il ventre e il ventre per i cibi!» (6,13); «Tutti ne abbiamo conoscenza» (8,1); «È cosa buona per l’uomo non toccare donna» (7,1).
Confrontandosi con il semplicismo dello slogan, san Paolo cerca d’introdurre altri elementi di apprezzamento. Sì, egli ha indubbiamente detto ai Corinzi che non erano sotto la Legge, che tutti i cibi sono puri. Sì, ha detto loro che erano stati stabiliti nella conoscenza di Dio, ha vantato il celibato. Senza dubbio ha pure detto loro che erano già risorti con il Cristo. Tuttavia queste verità, che i Corinzi hanno ridotto a slogan, sono da capire e vivere in relazione con altre. Non capiamo nulla dei doni di Dio senza una profonda trasformazione di tutto il nostro essere. Coloro che sono entrati nel «pensiero di Cristo» (2,16) non pensano più la realtà mettendo se stessi al centro. Essi sanno che appartengono a Dio (3,21-23). Santificati, sanno che sono anche «chiamati ad essere santi» (1,2) e allora non rischiano più di accomodarsi nella sufficienza. Sanno ancora che i doni che hanno ricevuto non sono dati perché li facciano crescere in uno spirito di rivalità e concorrenza, ma per costruire la comunità (8,1; 14,4).
Paolo vorrebbe aiutare i Corinzi a conoscere veramente i doni di Dio (2,12). Colpisce il fatto che non sia più diretto. Senza dubbio perché è consapevole che si contraddirebbe se dettasse una nuova legge. Egli vorrebbe che i cristiani di Corinto imparassero a pensare da se stessi, ad acquisire quel pieno discernimento (Filippesi 1,9) che permette di muoversi e crescere nella sola realtà che rimane (13,8).
Che cosa cambierebbe nella maniera di concepire e presentare la fede cristiana se Paolo fosse più diretto nel suo modo di trattare con i cristiani di Corinto?
Quale conversione del cuore e delle mentalità è necessaria per conoscere i doni di Dio?