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Cammina umilmente con il tuo Dio
Michea 6,6-8A volte sembra di vivere in un mondo vacillante, dove ogni passo è incerto. Il primo capitolo del libro del profeta Michea trova parole per tali esperienze: sembra che “le valli si squarciano come cera davanti al fuoco, come acque versate su un pendio”. Nel sesto capitolo del libro di Michea, la reazione a questo scuotimento delle fondamenta è inizialmente caratterizzata da una grande attività, dal comprensibile tentativo di trovare qualcosa da fare, di affrontare la situazione. Suona quasi frenetico, esagerato. Ma poi il testo si calma. Il racconto si ferma e ci porta in questo spazio quieto: “Uomo, ti è stato insegnato ciò che è buono e ciò che richiede il Signore da te: praticare la giustizia, amare la bontà, camminare umilmente con il tuo Dio”
“Ti è stato insegnato ciò che è buono”. Sentendo questo, ci si potrebbe aspettare un elenco. Un elenco da seguire per fare il bene e allora il mondo sembrerà gestibile e un po’ meno minaccioso. Ciò che segue non è un elenco (anche se potrebbe sembrarlo), ma un incoraggiamento. Un incoraggiamento che ci invita a metterci in cammino, dentro il testo, nello spazio che il ritmo quieto del testo ha aperto.
Anzitutto: “Praticare la giustizia”. Avventurandosi nello spazio che il testo apre, non si esclude il mondo. Piuttosto si riconosce ciò che è giusto e come prendere sul serio la giustizia. Praticare la giustizia significa conoscere quali sono i diritti più fondamentali, senza i quali la convivenza non è possibile. Aggiungerei: sostenere ciò che è giusto significa anche riconoscere e indicare le ingiustizie, anche se non è facile riconoscerle e sopportare il fatto che persone hanno sofferto per trattamenti ingiusti.
Poi: “Amare la bontà, amare chesed”. Il termine ebraico chesed è difficile da tradurre. Bontà, sì, ma una bontà che non è solo gentile, garbata e gradevole, bensì una forma di solidarietà e di impegno per la vita comune. La immagino come una bontà ruvida, spigolosa, quando si confronta con la disperazione del mondo e con la nostra stessa mancanza di speranza. È una bontà che osa immaginare spazi in cui si possa vivere il chesed, in cui la solidarietà sia possibile – e lottare per questi spazi.
Infine: “camminare umilmente con il tuo Dio”. Come possiamo immaginare questa idea: camminare con Dio, mettersi in viaggio con Dio? Nel testo ebraico si usa la parola tsanaʹ per descrivere questo cammino. È una parola ambigua: può essere interpretata come umile, ma anche come discreta, attenta, riflessiva, calma, perspicace, consapevole. La intendo così: non semplicemente andare avanti, lasciarsi portare, ma riflettere su questo cammino e cercare continuamente immagini di che cosa si prova in questo cammino.
Inoltre, proporrei l’interpretazione che nel testo stesso ci sia un cammino nascosto. Si può percorrere questo versetto più e più volte, andando avanti e indietro: Cammina con calma con il tuo Dio. E ama la bontà. E fa’ la cosa giusta. E ama la bontà. E cammina con calma con il tuo Dio. Ancora e ancora. Il cammino continua – e noi vi camminiamo dentro, lo attraversiamo tanto quanto lo plasmiamo.
Comprendo il cammino rispecchiato nel testo così: nei momenti in cui è difficile continuare a camminare con Dio, può essere sufficiente riconoscere ciò che è giusto, denunciare l'ingiustizia, riuscendo a creare spazi di gentilezza per me stesso e per gli altri. E viceversa: se non so come andare avanti e come mantenere viva la speranza nella solidarietà, nella gentilezza, nella giustizia, in qualsiasi cosa: allora potrei intuire che anche i percorsi tortuosi della vita hanno uno scopo.
Dott.ssa Katharina Opalka (Questa meditazione è stata proposta per la prima volta ai partecipanti della Settimana 18-35 a Taizé, agosto 2024)